Niente sembra essere come ieri. In un solo anno è profondamente cambiato il contesto in cui operiamo. L’intrecciarsi della crisi finanziaria, che evolve in recessione, con la crisi energetica e con la crisi climatica crea un contesto inedito, che pone nuove domande. Come sempre le crisi capitalistiche sono anche fasi di grande cambiamento. E’ in crisi aperta il liberismo e l’ideologia “mercatista”, si modificano i rapporti tra i grandi sistemi economici mondiali, torna di moda l’intervento dello Stato, che trascina con sé inevitabilmente un ripensamento del ruolo del pubblico. L’Europa ha individuato sul terreno della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici un terreno in cui coniugare economia con ambiente e su cui giocarsi la carta della guida mondiale nell’innovazione per uno sviluppo a basse emissioni di CO2. Il nostro governo ed una parte di Confindustria preferiscono ritagliarsi un posto come fanalino di coda. Intanto in USA si aprono nuovi scenari, che rilanciano la logica dell’interdipendenza e l’innovazione tecnologica in una prospettiva di sostenibilità ambientale, suscitando la spinta ideale e materiale per passare da un paese bloccato ad un paese vitale, dove i giovani contano e decidono.
Tutto ciò non è neutro sul piano delle culture diffuse. Gli adolescenti di oggi sono la prima generazione dal dopoguerra che si percepisce “a rischio”, ovvero a rischio di perdere il livello di benessere raggiunto dai propri genitori. Cambia il senso del futuro, la percezione della relazione tra locale e globale, mentre alcuni termini, come confine, sicurezza, appartenenza cambiano di significato e di ambito di applicazione.
In Italia, intanto, il Governo ha deciso di smontare la scuola pubblica, “aggiungendo” una bella quota di disoccupati a quella che verrà prodotta dalla crisi. Continuando a delegittimare il ruolo della scuola pubblica e attaccandone i pezzi che funzionano meglio. Ma il decisionismo governativo ha creato una reazione forte: prima gli studenti e gli insegnanti della scuola pubblica, poi gli universitari. Si delinea un movimento nuovo, che nulla ha a che spartire con il passato e che rivendica il proprio diritto al futuro. Una generazione che probabilmente sta trovando il modo per trasformare l’angoscia personale di fronte alla precarietà e alla mancanza di futuro in una consapevolezza collettiva.
La domanda che oggi ci dobbiamo porre è se e come la scuola possa stare in campo in un quadro così variegato senza chiudersi sulla difensiva, come fu all’epoca della Moratti.
Con l’appello qui di seguito pubblicato stiamo provando ad avviare un percorso. Con Acli e Arci, insieme ad altre 20 associazioni, stiamo provando a costruire un’operazione nuova, la cui ratio è: l’associazionismo extrascolastico si muove per costruire nel Paese una nuova attenzione sociale, per far capire che la scuola non può essere cambiata solo a tagli e per decreto, che serve partecipazione e condivisione, che risparmi si possono fare, ma mirati ad eliminare assurdità e incongruenze, che su alcuni valori il Paese si deve riconoscere (mai classi differenziali, superamento delle disuguaglianze e valorizzazione delle diversità, competenze di cittadinanza, democrazia e responsabilità, garanzie per i meno fortunati). Vogliamo mobilitare l’associazionismo civile perché la discussione sulla scuola non si limiti a coinvolgere gli addetti ai lavori, ma ne valorizzi le competenze dentro un processo sociale e culturale di rinnovamento. Ci piacerebbe organizzare un Forum nazionale, promosso dall’associazionismo civile, in cui confrontarsi con le associazioni professionali, con i sindacati, con il mondo della ricerca, con le imprese, con la politica. Per riconquistare la fiducia che rinnovare la scuola si può, nell’interesse di tutti.
Vittorio Cogliati Dezza
Presidente nazionale
Legambiente
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